Lewis Allan Reed… Lewis Reed… Lou Reed. In maniera familiare, preferiamo chiamarlo Lou Reed, com’era conosciuto, o più semplicemente Lou, come fossimo suoi amici, come i suoi più affezionati fan.
Più o meno tutti quelli che hanno avuto il piacere di conoscerlo o di approfondire un po’ la sua storia, in maniera diretta e attraverso le sue canzoni, sanno che Lou Reed ha trascorso l’intera vita dedicandosi alla musica. Gli stessi fan sanno anche che la sua infanzia non è stata affatto tra le più serene; il suo carattere dalla spiccata vena ribelle non è stato accettato dai genitori che, intravedendo in lui una tendenza bisessuale impensabile per l’ambiente da loro frequentato e per l’epoca in generale, decisero di spedirlo in una clinica psichiatrica durante gli anni dell’adolescenza. Uno degli episodi più tristemente noti è la terapia di elettroshock che secondo i medici avrebbe dovuto “curare” la bisessualità che si stava manifestando in lui, episodio che lo portò a soffrire di disturbi di memoria e che non si cicatrizzò mai nel cuore di Lou. Amava leggere e questa sua passione fu segnata dalla frustrazione di non poter ricordare tutto.
Se qualcosa di bello gli capitò fu senz’altro la musica, in essa cercò più che un rifugio una vera liberazione. Tramite la musica e i testi composti con i Velvet Underground e successivamente da solista cercò di esternare tutto il suo risentimento verso i trattamenti subiti nella clinica psichiatrica e quelli da parte dei genitori, una delle composizioni a testimonianza di ciò è “Kill your sons”, canzone che cita espressamente episodi legati a queste vicissitudini.
Lou Reed durante la sua carriera ebbe il favore di Andy Warhol; entrando a far parte della sua cerchia di amici talentuosi, un collettivo di artisti definito Factory, Lou ebbe la possibilità di avvalersi dei suoi preziosi consigli, nonché del suo aiuto nella produzione del primo album intitolato “The Velvet Underground & Nico”, realizzato in collaborazione con la cantante tedesca Nico, anche lei della factory warholiana. L’ album resta nella memoria di tutti anche per la famosissima copertina disegnata dallo stesso Andy Warhol raffigurante la banana gialla che poteva essere “sbucciata” alzando una pellicola.
A partire dalla fondazione del gruppo, Lou Reed diventa inarrestabile, sancisce definitivamente la sua entrata nel mondo della musica. Non poteva che essere il rock naturalmente il genere musicale nel quale potesse meglio esprimersi la sua anima ribelle e sopra le righe, essa trovava piena espressione con quella che all’epoca era ancora definita come “la musica del diavolo”. Non sono pochi i cantanti che hanno affermato nel tempo di essersi fortemente ispirati a Lou Reed e al suo stile musicale, primo fra tutti il suo amico e collaboratore per vari brani David Bowie. Il loro sodalizio, rivivibile ancora adesso con i video su You Tube che in questi giorni sono stati tra i più cliccati, fa sciogliere da sempre il cuore dei fan. Proprio David Bowie lo ricorda, nel giorno della sua morte, come “un maestro”.
Lou Reed era di New York. La Grande Mela fu sempre amata dal cantante che l’ha vissuta in tutta la sua vivacità e a cui egli si ispirò per i suoi brani, al punto da poter ripercorrere le strade di New York e i suoi colori attraverso le sue strofe.
Che fosse all’interno del gruppo dei Velvet Underground o da solo, Lou non smetteva di produrre musica e di ispirarsi all’atmosfera a tratti molto cupa della città. Negli anni in cui studiò alla Syracuse University un ruolo importante fu rivestito dal suo professore Delmore Schwartz. Quest’ultimo fu scrittore e poeta e rappresentò un mentore e un amico per Lou, che si sentì accomunato a lui forse proprio per il tormento di un’omosessualità repressa.
Alla sua morte, Lou Reed gli dedicò il brano, Black Angel’s Death Song, adattato ai gusti del professore che non amava molto i testi rock.
Sebbene il primo album pubblicato da Reed con il suo gruppo e Nico non ottenne subito il successo sperato, fece comunque parlare di sé. Nel tempo diventò una pietra miliare del rock decadente; a renderlo particolare fu soprattutto quel misto tra poesia, lirica e violenza dell’atmosfera urbana.
Al primo disco seguì nel ‘68 un album che vide la mancata collaborazione di Nico e in più il distacco dalla factory di Andy Warhol. L’album si intitola “White Light White Heat” e, sebbene per alcuni sembrasse perdere un po’ della magia del debutto, è da molti fan considerato migliore del primo.
Reed scrisse alcuni testi in collaborazione con John Cale, cofondatore del gruppo, raccontando episodi quotidiani di paranoia metropolitana con descrizioni fredde, asettiche e ripetitive; nuovi elementi sono la viola e l’organo suggeriti da Cale, strumenti sicuramente atipici per il rock che accentuano la sensazione di alienazione tipica dell’uomo moderno. Seguono poi altri album, finché Lou intraprende la carriera da solista; negli anni ‘70 pubblica un LP dall’esordio deludente e il suo amico e collaboratore David Bowie decide di aiutarlo. Bowie lo considera uno dei suoi più grandi ispiratori e per lui produce il secondo album da solista di Reed intitolato “Transformer”. Le vendite vanno bene e dell’album divengono famose molte canzoni, tra cui “Walk on the Wild Side”, pubblicata poi come singolo e ritenuta una protesta e una rivoluzione in campo omosessuale. In Italia il testo fu rimaneggiato e adattato per la versione di Patty Pravo dal titolo “I giardini di Kensington”.
La sua carriera da solista continua, con il suo stile poetico, malinconico, straripante di emozioni tristi e di quella vena di speranza che si manifesterà fino alla fine, anche dopo il trapianto di fegato subìto nel maggio di quest’anno, alcuni mesi prima della sua morte.
Nei giorni in cui si è parlato della sua morte molti personaggi dello spettacolo hanno voluto rendere omaggio a questa stella del panorama musicale: Woopy Goldberg, Mia Farrow, Samuel Jackson, Patti Smith, David Bowie sono soltanto alcuni dei famosi personaggi che lo hanno ricordato da fan e amici.
Nell’ambito degli omaggi a lui dedicati, in Italia anche il cardinale Ravasi ha deciso di twittare un pensiero dedicato a Lou Reed citando la canzone “Perfect Day”, uno dei capolavori dell’artista newyorkese, che si riferisce nel brano a una droga e non soltanto alla “perfetta giornata” che si può trascorrere in compagnia della propria metà: non pochi sono stati gli accesi commenti del popolo della rete a proposito della scelta della canzone. La canzone, tra le più famose di Lou, fu scritta e pubblicata nel 1972 e conobbe un nuovo successo negli anni ‘90 entrando a far parte della colonna sonora del film “Trainspotting”, la cui trama gira attorno al tema della tossicodipendenza. Diversi quindi i pensieri dedicati alla memoria di Lou; le sue canzoni restano impresse nella mente di chi lo saluta mentre, tra una nota e l’altra, lo vede ascendere al firmamento dei grandi della musica.