All’atto dell’iscrizione all’ormai blasonato Facebook, molti utenti sapevano già dell’esistenza del comando “Mi piace”, il “Like” nella versione originale.
Da quando esiste Facebook il “Mi piace” è forse l’icona più usata della storia del web! Se un tempo la popolarità e il successo erano misurati in applausi, frasi di congratulazioni e pacche sulle spalle, adesso è quest’icona disponibile sul social network il vero termometro del successo; il “Mi piace”, che tanto richiama l’epoca dell’arena dei gladiatori dove quel pollice in su poteva salvare la vita, misura tutto ciò che facciamo e diciamo, in poche parole ciò che sul social network siamo. Il potere dell’icona è innegabile: la popolarità aumenta quanto più aumentano gli amici, cioè i contatti in possibilità di cliccare “Mi piace”.
Ma il potere è anche doppio. Da un lato c’è il fatto che quest’espressione di gradevolezza rimbalza da un contatto all’altro nella rete del social network attirando sempre più consensi, dall’altro lato il riscuotere così tanto successo produce soddisfazione nel ricevente, creando una condizione quasi di dipendenza. Viene affrontato proprio il rapporto tra “Mi piace” ed effetto prodotto nel ricevente in uno studio, pubblicato su Frontiers in Human Neuroscience, di Dar Meshi, post-doc all’Università di Berlino, e altri suoi collaboratori. In esso viene spiegato come il centro della ricompensa del nostro cervello, il nucleus accumbens, si attivi rilasciando la nota sensazione di soddisfazione nell’osservare i complimenti e i “Mi piace” ricevuti per foto di se stessi piuttosto che di altri.
Il dato preoccupante è che sembra che il risultato del “Mi piace” sia una sorta di dipendenza dai complimenti e un’ossessiva ricerca degli stessi, cosa che porterebbe far trascorrere fin troppo tempo sul noto social network.
Un ritratto non proprio felice di ciò che già da anni accade a milioni di utenti. Se si considera però che il noto social network ha preso vita proprio nutrendosi della volontà da parte degli utenti di esprimere un giudizio e, viceversa, di riceverlo risulta quantomeno conseguenziale il risultato dello studio effettuato. Questo studio serve quindi come spunto per riflettere sul tempo speso sul web, soffermandosi sia su “quanto” che su “come” lo si trascorre! Dall’essere “socialmente inseriti”, ammesso che così si debba oggi intendere il social network in generale, all’essere “socialmente dipendenti” c’è una bella differenza.