La prima cosa che mi viene in mente non appena finisco un’intervista è che ho dimenticato qualcosa. Poi ripensandoci mi dico “in realtà non sono riuscita a raccontare niente.
152 giorni in bici e otto mesi di training non si raccontano in 5 minuti. Partirei da questo.
Nella maggior parte delle interviste, soprattutto in Italia, la mia storia personale raccontata in “Essere Innocenti” (edizioni Menthalia) prende sempre il sopravvento mettendo in secondo piano la mia impresa. A volte ho la sensazione che gli intervistatori non hanno le idee chiare su cosa ho fatto e come.
Quando il 22 dicembre 2012 sono entrata in piazza del Plebiscito a Napoli e ho fermato la bici dopo cinque mesi, una delle prime cose che ho pensato è stata che solo un anno prima non sapevo cosa fosse una bici. Pochi sono riusciti a mettere in evidenza la mia condizione di non atleta solo otto mesi prima di partire. Non solo. Quando nell’ottobre 2011 iniziai ad allenarmi, usavo una bici ibrida. Il 10 luglio 2012 decisi che avrei utilizzato una bici da corsa per avere meno peso e più velocità; quel giorno salivo, per la prima volta in vita mia, su una bici da corsa. Il 23 luglio 2012 sono partita per il giro del mondo.
Molti mi chiedono cosa è cambiato dopo quest’impresa. Non molto. Continuo a lavorare come insegnante d’inglese. Ma oggi sono un’atleta. O meglio vorrei esserlo.
Già purtroppo mi sono resa conto che le aziende sportive hanno poco interesse per le donne, e anche dopo aver ricevuto il massimo riconoscimento – il certificato della Guinness World Record – non sono riuscita a trovare fondi e sponsor per le altre imprese fatte e quelle che ho in mente di fare. Pensavo fosse un mio problema ma credo che riguardi il nostro genere.
Ad oggi conosco quattro donne che hanno intenzione di battere il mio record l’anno prossimo e tutte hanno problemi nel trovare uno sponsor.
Come ho fatto a fare il giro del mondo?
Io non mi sono fermata. Non ho aspettato il desiderato sponsor per partire. Forse è l’errore delle altre. Io ho rischiato, pensai che nessuno avrebbe donato o creduto in qualcuno che aveva intenzione di compiere un’impresa. Ma lo avrebbero fatto se avessi iniziato l’impresa. Il mio budget personale era di 4000 euro. Li ho finiti in Nuova Zelanda e in quel momento ho lanciato un appello sui social che mi ha portato donazioni costanti da amici, sostenitori e fan che volevano vedere la prima donna al mondo circumnavigare il globo.
Voglio vedere una donna battere il mio record, e poi un’altra e ancora un’altra. Sono già tanti gli uomini che hanno intrapreso la stessa impresa, non possiamo restare così indietro solo per uno sponsor. Se c’è una cosa che ho capito nel mio viaggio è che il mondo è migliore di quello che crediamo. Le persone sono gentili, appassionate e interessanti. Le persone che hanno il potere sono quelle incompetenti.
Ne ho incontrate tante in posizioni “di comando” e il livello di incompetenza raggiunge davvero punte preoccupanti.
Ricevo mail tutti i giorni di ammirazione da persone che mi raccontano come un’impresa come la mia riesca a motivarle nella loro quotidianità. Per me questo vale più del Guinness.
Molti mi hanno chiesto come ho fatto ad attraversare da sola posti come l’Asia e, in particolare, l’India. Devo dire che solo un paio di volte mi sono sentita davvero in pericolo.
La prima è stata in Nuova Zelanda quando il mio GPS si è rotto e mi sono persa nelle montagne della Desert Road (il nome la dice tutta) tra il vento e il freddo. Per fortuna sono stata letteralmente salvata dalla strada da una coppia di camperisti che si erano fermati per la notte.
La seconda volta è stata in India. Direi che l’India è il luogo meno adatto per una donna che viaggia da sola, in bici poi. Tra assalti quotidiani dei locali incuriositi dal mio passaggio, la dissenteria e un simpatico ciclone che attraversava con me il Paese, credo di aver avuto il miei peggior momenti del viaggio. Ma per il resto dei paesi sono state sempre a mio agio e mi sono sempre sentita sicura.
Alcune delle donne che partiranno il prossimo anno lo faranno con un veicolo di supporto che, chiaramente, risolverà l’aspetto avventuristico del viaggio mettendo in risalto l’aspetto sportivo.
Posso dire che i miei ricordi più belli sono quelli del post-sventura.
Vorrei concludere con una parte di un mio blog on the road che riassume questo stato.