Circa un anno fa moriva Steve Jobs, CEO della Apple, guru della tecnologia moderna, inventore di dispositivi diventati di uso comune nonché di tendenza quali l’iPod, l’iPhone e l’iPad.

Un anno fa l’opinione pubblica si è divisa. In molti hanno pianto e si sono disperati per la dipartita di un genio, capace di cambiare la nostra quotidianità e le nostre abitudini in ambiti che spaziano dalla musica, all’informatica, alla lettura. Altri hanno tirato un sospiro di sollievo: fin dove si sarebbe potuto spingere quel genio del male se avesse avuto altro tempo a disposizione per lobotomizzare le nostre menti?
Steve Jobs si è fatto amare, ma anche temere.

Amare da quanti hanno goduto e continueranno a godere per anni e anni delle sue creazioni; da quanti hanno imparato ad esplorarci il mondo e gli hanno dimostrato gratitudine portando davanti alla sede centrale della Apple (nonché davanti agli Apple Store di mezzo mondo) fiori e lettere di addio, quasi lui fosse una novella
Lady D.

Temuto da quanti vedevano in lui il simbolo dell’asservimento al capitalismo, un mercenario che a dispetto del cognome aveva cancellato molti posti di lavoro in America trasferendo le sue fabbriche nell’estero sottopagato, una specie di chirurgo in grado di impiantare prolungamenti informatici nelle mani dei suoi clienti (che ormai senza smanettare sul touch screen non sanno più vivere), quasi un visionario, un santone che nel lontano 1983, quando i telefoni cellulari e i computer erano ancora terra di pochi, durante una conferenza ad Aspen già parlava di tablet e di computer da tenere nel palmo della mano.

Chi non l’aveva mai visto in volto, alla sua morte forse si aspettava di veder girare in rete e nei tg la fotografia di un matusa. Del resto, come te lo vuoi immaginare uno che da ragazzino creava videogiochi, ha iniziato ad assemblare computer nel garage dei genitori adottivi solo a vent’anni e poi ha fondato la Apple trasformandola in quello che è oggi, ovvero una delle più grandi potenze industriali esistenti? Uno con la barba bianca e lunga, uno che ha avuto una vita ancora più lunga in cui ha avuto modo di raggiungere tutti questi obiettivi. E invece no: scopri che è morto a cinquantasei anni, di cui gli ultimi due piegati dalla malattia che lo ha stroncato. E allora sai che lo è stato davvero, un genio: uno fuori dal comune, uno che ha vissuto e lavorato senza limiti, senza porseli e senza neanche vederli davanti a sé, uno che ha fatto del suo stay hungry, stay foolish uno stile di vita: essere affamati, essere folli, non lasciar scivolare via la vita ma prenderla a morsi, proprio come l’immagine della sua apple.

Ma se ad un anno di distanza dalla sua morte, in tempi di crisi in cui molti non riescono ad arrivare a fine mese, in troppi passano la notte in fila davanti agli Apple Store per essere i primi ad avere il privilegio di spendere 950 euro e tenere tra le mani il leggerissimo e bellissimo iPhone 5, allora bisogna ammettere che un po’ genio del male Jobs lo è stato davvero. Perché a creare beni di gran lusso e trasformarli in status symbol sono bravi tutti, ma lui è riuscito con il suo ed il loro fascino a renderli agli occhi della gente indispensabili. Normali, ovvi, naturali. Davvero, prolungamenti del corpo.

Jobs non si è limitato ad innovare la tecnologia e il modo di applicarla al lavoro, come ha fatto il suo concorrente storico, Bill Gates. Lui è intervenuto su qualcosa di più profondo e più importante: il modo di pensare delle persone. il modo di cercare la musica, il modo di integrare il web nella quotidianità, il modo di leggere un libro, sfogliandone le pagine attraverso lo schermo di un iPad e rinunciando al finora irrinunciabile odore della carta.

Lontani da giudizi di sorta, lo ricorderemo come la personificazione delle new technologies.

Sull’orlo del precipizio apocalittico, lo incoroniamo come colui che ha cambiato (il nostro modo di concepire) il mondo.