Anna Piaggi

Anna Piaggi non è un nome qualsiasi. È il nome di una donna che è stata tante cose: giornalista di moda, scrittrice, traduttrice di romanzi. Ma più di tutto di una donna che aveva fatto di se stessa un’opera d’arte. Agghindata in modo eccentrico ma unico per ogni occasione, è stata sempre presente alle sfilate di moda, dove era attentamente osservata da tutti, incantati dalla sua pittoresca figura. A un anno dalla morte, avvenuta nell’agosto 2012, si ricorda la sua persona e il suo brioso mondo di cappelli, per i quali più di tutto è diventata famosa, attraverso una mostra a Milano.

Durante la settimana della moda sarà possibile contemplare i suoi meravigliosi e variopinti copricapi (almeno seicento) in questa mostra dal titolo “Hat-ology”, nata dalla collaborazione dell’Associazione Culturale Anna Piaggi con il Comune di Milano, la Camera Nazionale della Moda Italiana e il curatore, Stephen Jones, autore di numerosi dei suoi strepitosi cappelli.
Lo stesso Jones, su Vogue arts news ha detto di Anna “Come noi punk, lei intendeva gli abiti come un’espressione di noi stessi e non della moda. Ecco perché la rispettiamo così tanto”.
È dunque soprattutto per i suoi strabilianti cappelli che ancor oggi viene ricordata ed evocata; lei stessa sosteneva di non essere mai uscita di casa senza un cappello dal 1980! Ma questo non era il suo unico tratto distintivo. L’intero aspetto di Anna Piaggi era unico e inconfondibile: il volto ricoperto da una cipria bianchissima, evidenziato dal rosso brillante sulle guance, gli occhi marcati col blu o col nero, le labbra dipinte a formare un cuore e l’immancabile cappellino di traverso che copriva un’onda di capelli spesso colorati di blu. Un personaggio quasi fiabesco, potremmo dire di un’altra epoca, ma in realtà capace di essere moderna, al passo coi tempi, pur nel suo stile vintage, concetto da lei introdotto prima ancora che ne coniassero il termine.
La carriera della Piaggi comincia come traduttrice per la casa editrice Mondadori, per poi iniziare collaborazioni con le riviste l’Espresso e Panorama, e approdare al mensile Vogue dove avverrà la sua definitiva consacrazione nal mondo della moda e dove sarebbe rimasta fino alla fine, con la sua rubrica D.P. Doppie Pagine, vera scuola di glamour.

Già nel 1986 entrò nel panorama mondiale della moda, quando Karl Lagerfeld la trasformò in fumetto, in una serie di avventure dal sapore onirico, nel volume Anna-Chronique. Il grande stilista diceva di lei: “Anna inventa la moda. Nel vestirsi fa automaticamente quello che noi faremo domani”.
La Piaggi non parlava solo di moda, ma la raccontava con senso critico e lucidità, in maniera brillante e spudorata, insegnando a vedere oltre le tendenze e il glamour fine a se stesso.
Più che dettare la moda e le tendenze, le inventava anticipando persino gli stilisti.
Era presente alle sfilate, talvolta dietro le quinte, rassicurando in qualche modo tutti gli animi con la sua eccentrica presenza. E, in quelle occasioni, dava il massimo di sé: prima sul red carpet, poi sul front row, sfoggiando un trucco iperbolico, accompagnato da abiti sgargianti. Il fotoreporter del New York Times Bill Cunningham la definiva “l’unica italiana che valesse la pena fotografare”.

Quella organizzata a Palazzo Morando non è la prima mostra mostra di accessori di Anna Piaggi. Già nel 2006 al Victoria & Albert Museum di Londra era stata organizzata la mostra intitolata Anna Piaggi Fashion-ology. In quell’occasione erano stati esposti quasi 3000 abiti e 265 paia di scarpe della nota giornalista (come riportato sulla rivista di arte e spettacolo online daringtodo.com). Fashion-ology era il nome con cui si tradusse la “moda-logia”, termine coniato dalla stessa Piaggi, che aveva quasi l’accezione di “mitologia della moda”. Prima di Karl Lagerfeld, Anna Piaggi aveva incontrato l’estro del disegnatore Antonio Lopez, col quale diede vita alla rivista Vanity, e quello di Vern Lambert, storico di moda. Ma il primo grande sodalizio creativo e culturale si costituì proprio con il marito Alfa Castaldi, fotografo che collaborò con Vogue in Italia e sposò la Piaggi nel 1962.
Quando un personaggio del genere incide così fortemente in un settore in continuo divenire come quello della moda non si può non pensare che sia caratterizzato da un carisma senza precedenti, da una sorta di “magnetismo elegante” che ha caratterizzato poche personalità dell’epoca moderna.

Eccentrici, con costumi innovativi, a volte al limite del reale star come Madonna, David Bowie, la recentissima Lady Gaga sono alcuni esempi di moda fuori dagli schemi, originale, capace di appassionare al primo sguardo. La stessa Lady Gaga durante lo spettacolo MTV Video Music Award del 2005, affermò “I’m not real, I’m theatre” rendendo pubblica la sua idea di aver costruito il proprio personaggio sull’utopia di una vita su un immenso palcoscenico. Certamente, un modo di essere che le ha fatto guadagnare molto seguito. Grandi artisti, tutti accomunati da uno stile originale, da abiti su misura dai colori sgargianti e dalle forme futuristiche.
Ma per Anna Piaggi la storia è diversa; lei che ha cominciato la sua carriera forse in punta di piedi nella nota casa editrice mantovana, approdando soltanto poi nell’universo della moda, ha mostrato le tendenze in maniera non “rumorosa” ma comunque manifesta. Ha parlato di moda, scrivendo su riviste di spicco e infine l’ha indossata, plasmandola a suo piacere, facendone “espressione” e non “mostra” di sé.
Con gusto eclettico e concentrando su di sé stili diversi riuniti in un solo modo di vestire e apparire, ha armonizzato forme e colori, ora in un tulle arancione combinato con cappellino fucsia a pelo corto, ora in un abito a pieghe bianche con scritte nere che sembra riprodurre i fogli di un giornale intorno alla sua persona. E ancora mascherine carnevalesche sugli occhi, lenti vintage, piccoli cilindri sul capo dai colori accesi.
A coronare il tutto un inconfondibile trucco brioso e vistoso, con quei colpetti rossi sulle guance di contorno a una smorfia di serietà quasi regale.
C’è da apprezzare inoltre anche la naturalezza con la quale Anna Piaggi si è mossa all’interno di un mondo davvero diabolico, come quello della moda. Come non ricordarsi della verosimile trasposizione di questo settore nel film Il diavolo veste Prada, ispirato all’esperienza di una stagista presso la rivista Vogue, che ci offre un’immagine diabolica di un mondo che lascia scottati, sia che ci si trovi ad affrontarlo da semplici stagisti che da famose stiliste o redattrici di moda.
Anna Piaggi è riuscita a non farsi trascinare nel meccanismo del pettegolezzo tipico di questo ambiente, lasciando di sé un ricordo fresco e brioso, forse davvero senza precedenti a livello internazionale.

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