Essere autore di testi. Ma cosa vuol dire? Scrivere parole, dare voce ai pensieri, stare dalla parte dei contenuti, parlare alla propria penna ieri, alla tastiera oggi.

Chi scrive testi non è solo un cultore della parola, ma è anche un buon osservatore.  Per scrivere del mondo,  di ciò che accade, per descrivere vite, raccontarle e farle amare, occorre uno sguardo più lungo, che attraversi le apparenze per cogliere l’essenza. È questo che fa un autore, “confeziona pensieri”, ci racconta Cristiano Minellono, grande autore della musica italiana ed esperto di comunicazione.
A voi l’intervista…

Scrittore di testi musicali, autore di alcune delle canzoni italiane più famose, scrittore di programmi televisivi, coautore di libri, attore teatrale, responsabile artistico in Fininvest, scrittore di testi pubblicitari e campione italiano di formula 3. Una personalità eclettica e creativa. Che giudizio hai del panorama comunicativo di oggi?
In questa confusione di comunicazione sta imperando il cattivo gusto.
La qualità della musica, della televisione e del cinema in Italia è scaduta almeno dell’80%. Gli interessi economici hanno prevaricato il bisogno di avere prodotti di qualità, e il risultato si vede.

La tua, dunque, è un’astensione di protesta?
Sì. Noi autori non abbiamo più la possibilità di creare nuovi talenti. Non essendoci più i grandi produttori cinematografici e discografici di una volta, non verranno più fuori le Sofia Loren e i Mastroianni, né verranno fuori i grandi registi del passato come Fellini, Germi, Rossellini perché oggi nel cinema comandano i finanziatori e la qualità ne paga le conseguenze.
Nel panorama autorale televisivo accade pressappoco la stessa cosa: invece di avere due autori bravi come accadeva negli anni ’80, ci sono sette, otto autori neolaureati, senza esperienza, pronti ad assecondare le volontà del capo, senza cenni di esitazione.

Non esiste più la professione di autore, ci si arrangia come si può…
L’autore sia musicale, cinematografico che televisivo è sempre stato il padrone della situazione, un programma televisivo o un film si facevano come voleva l’autore adesso, invece, si fa tutto come vuole chi mette i soldi. E la qualità ne paga il prezzo…

Hai scritto testi per cantanti molto famosi, sapere per chi dovesse essere scritta una canzone ti ha mai condizionato?
Non è il caso di parlare di condizionamento. Ero giustamente indirizzato, ovviamente se sai che stai scrivendo per Adriano Celentano è differente dal sapere che stai scrivendo per Orietta Berti; scrivi spesso un testo in base all’artista, rimanendo coerente con ciò che egli rappresenta.

In maniera totalmente libera?
Se stai lavorando con un grande artista sì. Sono spesso Le “mezze tacche” ad imporsi maggiormente e ad avere più manie di protagonismo!

Come avviene il tuo processo creativo? Hai dei riti particolari, dei momenti che preferisci?
Sì, per me quello della scrittura è un momento molto particolare. Se ho quindici giorni a disposizione per scrivere un testo… lo faccio generalmente negli ultimi due minuti che ho a disposizione, la pressione mi rende più creativo. Non mi è mai capitato di scrivere una canzone partendo dal titolo, eccezion fatta per “l’Italiano” ed un altro paio. Mi metto lì, ascolto la musica, e la mia creatività parte…

La canzone alla quale sei più legato?
Le canzoni che ho scritto con Umberto Balsamo “Pace”, “Bugiardi noi”, o quelle con Dario Farina per i Ricchi e Poveri: “Sei la sola che amo”, “Dimmi quando”…
Ma comunque è difficile scegliere; sono legato alle canzoni che ho scritto in base a quello che rappresentano: “Il primo giorno di primavera” è la mia prima vera canzone, “L’italiano” è quella che ha avuto più successo nel mondo e “Sei la sola che amo” è quella che forse mi piace di più, ma che forse ha venduto di meno…

Le canzoni che scrivi sono autobiografiche?
Mah, in certi casi lo sono… in altri no. Un autore non può e non deve parlare della propria vita come protagonista assoluto. Deve farsi carico del sentire comune, di ciò che accade intorno e riuscire a metterlo in parole.
Spesso ho cercato di immaginare situazioni nelle quali non mi sono mai trovato, vivi un amore che magari è tranquillo, ma poi lo proietti in altre situazioni, possibilità, sfaccettature. La cosa principale per un autore è la fantasia.
Ho scritto “Il tempo se ne va” per Celentano, che è la storia di un padre che si accorge che la figlia è cresciuta, che oramai è una donna, ed io non avuto una figlia femmina.
Ci vuole anche una grande capacità di osservazione.

Ti definisci un “confezionatore di pensieri”, non per forza i tuoi. Ma spesso le tue parole sono divenute universali, hanno creato atmosfere e sensazioni in cui moltissime persone si sono riconosciute.
Questo significa fare l’autore di mestiere. Il segreto è non fare la canzone per te. La canzone non deve essere un monumento a te stesso o una creatura che comprendi solo tu. La canzone deve essere per tutti, deve riguardare tutti, per cui è necessario che l’autore conosca e comprenda il momento politico e sociale della nazione in cui lavora, che senta la gente e che viva… in modo tale da poter raccontare, non solo la sua vita, ma soprattutto quella degli altri.

Non puoi esimerti, vogliamo un’aneddoto! Ne avrai a centinaia da raccontare… ti va di sceglierne uno da raccontare ai nostri lettori?
Era il 1984 e fui contattato da Freddy Naggiar per scrivere il testo della canzone che Albano e Romina avrebbero portato a Sanremo. Era l’anno in cui Toto Cutugno era dato da tutti per vincitore. L’ultimo giorno utile per l’invio della canzone mi telefonò Albano, dicendomi che ancora non aveva il testo. Io ero in sala d’incisione, non avevo ancora scritto nulla (di questo particolare, però, nessuno era a conoscenza) e avevo con me soltanto un foglio sul quale avevo annotato la metrica della canzone. Dettai il testo della canzone ad Albano per telefono, creandolo lì, su due piedi. La canzone s’intitolava Ci sarà.
Come andò a finire? Vincemmo Sanremo!

Ma è una cosa prettamente italiana. All’estero sono numerose e molto richieste le collaborazioni con autori importanti…
Difatti, la gente non si rende conto che non essendoci più sul mercato autori come Bigazzi, Minellono, Mogol, Calabrese, Beretta, Pallavicini, ovvero i grandi parolieri della musica italiana, la canzone italiana è morta. All’estero, invece, gli editori musicali fanno a gara per accaparrarsi la firma di autori importanti. In Italia, oggi, l’autore non viene preso in considerazione…

Una parola può significare tantissime cose, può avere diverse accezioni, è determinata da un contesto o da un’emozione. La parola utilizzata da uno scrittore è differente da quella di uso comune; un autore la colloca in quella posizione, le dà quella determinata sfumatura per uno scopo preciso. Un autore ha rispetto delle parole che usa. Com’è il rapporto tra autore e parola nella scrittura di un testo musicale?
In una canzone, la cosa molto importante è che bisogna cercare di esprimere un concetto ampio con poche parole, non viceversa. Ad esempio con frasi del tipo: “accendere la luce, la carta e la matita ed aspettar che il mondo mi esca dalle dita” oppure “Quando il mondo parla con la mia mano è lì che ti amo” esprimi mille cose in un’unica frase… Bisogna riuscire a catturare un momento, una situazione ed esprimerla in un rigo.

Cristiano, ti vediamo molto attivo anche sulla questione SIAE. Cosa ne pensi?
Penso che noi autori siamo stati vittime per decenni di una rapina continua da parte degli editori che hanno approfittato vergognosamente della situazione, prendendosi il 100% dei diritti delle canzoni. Adesso è giunto il momento che la SIAE torni in mano agli autori, è nata come SIA, Società Italiana Autori, e tale deve ritornare ad essere.

Ma in un’epoca legata fortemente all’apparenza, alla forma, che ruolo hanno i contenuti? Quanto conta la parola?
La parola oggi conta poco, è mercificata, svilita. Oggi le grandi case di produzione pagano pochissimo gli autori, soprattutto nel campo televisivo. L’arte nel nostro Paese viene incredibilmente trascurata.
La cosa incredibile è che tutto ciò accade proprio in un Paese conosciuto nel mondo come il Paese dell’arte, della creatività.
Calcola che la professione di autore non viene tutelata dalla legge, che non ci garantisce alcun diritto.
Oggi non consiglierei ad un giovane di intraprendere questa carriera, a meno che non abbia dei mezzi propri per potersi mantenere e tanta, tanta passione.